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La fortezza

La fortezza | Libri antichi e moderni | Singer, Isaac Bashevis

Libri antichi e moderni
Singer, Isaac Bashevis
Longanesi, 1972
15,00 €
(Foligno, Italia)

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Dettagli

  • Anno di pubblicazione
  • 1972
  • Luogo di stampa
  • Milano
  • Autore
  • Singer, Isaac Bashevis
  • Pagine
  • 320
  • Editori
  • Longanesi
  • Formato
  • 19 cm
  • Soggetto
  • Descrizione
  • hardcover
  • Stato di conservazione
  • Buono
  • Lingue
  • Italiano
  • Legatura
  • Rilegato
  • Condizioni
  • Usato

Descrizione

Prima edizione italiana. Collana "La Gaja Scienza", 337 - Volume in copertina rigida con sovraccoperta, 535 pagine. Traduzione di Bruno Fonzi. Tenue ingiallimento alle parti bianche della sovraccoperta, peraltro ottima copia dalla paginazione fresca e compatta -- La fortezza è il ritratto di un mondo perduto, non la sua trasfigurazione; è un monumentale affresco, non una sintesi [...]. Fluviale e trascinante, il romanzo si impernia sulla figura di Calman Jacoby, solido, pio e ricco ebreo patriarcale, le cui fortune economiche si inseriscono nelle tumultuose vicende della Polonia nella seconda metà del secolo scorso: l'irredentismo polacco, la dominazione russa, la penetrazione delle nuove idee occidentali, l'industrializzazione, l'assimilazione ebraica, l'antisemitismo. Intorno a Calman ruotano, saldamente guidati dal narratore, moltissimi personaggi: le due mogli, la scialba e devota Zelda e la bella e infedele Clara, le figlie sposate a timorati talmudisti e a dissoluti aristocratici polacchi che le strappano al giudaismo, i santi rabbini delle corti chassidíche fra lo splendore della fede e le miserie del fanatismo o delle ambizioni sacerdotali, i giovani polacchi incerti fra nazionalismo e socialismo, gli ebrei assimilati usciti dalla loro società e non accettati da quella gentile, le plebi abbrutite e affamate. Il destino ebraico appare tragicamente intrdpciato a quello del capitalismo: la pietas di Calman Jacoby è anche dedizione al lavoro e al guadagno, e concorre quindi a distruggere se stessa e la propria armonia patriarcale [m]. Maestro, come scrisse Henry Miller, nell'arte di santificare e avvolgere di significato ogni dettaglio della vita, Singer lascia aperto il suo romanzo, abbandonando i suoi personaggi a un destino spesso squallido e infelice, a un vento umido e gelido che li travolge. Ma nel loro vicolo cieco queste figure conoscono la libertà, anche grazie all'inesauribile richiamo di un sesso senza remore e senza censure; nel crepuscolo invernale che le circonda sembrano intuire, come il rabbino in punto di morte, che « le tenebre sono l'orlo della luce ». (Claudio Magris)

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